sabato, 01 marzo 2008

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 Di solito nei racconti il tempo scorre più veloce che nella realtà, per questo mi aspettavo di vedere sopraggiungere il tenente Secchèn e la sua squadra in un tempo piuttosto breve, così ingannai l'attesa andando a capo.



All'inizio della riga seguente il tenente Secchèn non era ancora arrivato. Andai a capo un'altra volta.



Niente neanche stavolta. Evidentemente era successo qualcosa che l'aveva rallentato, Secchèn era un poliziotto diligente, che faceva sempre il suo dovere senza lamentarsi, e se diceva che sarebbe arrivato in men che non si dica c'era da aspettarsi che rispettasse i tempi, e non si facesse attendere per due acapi di fila. Lo chiamai al cellulare.



Mi scusi inspecteur, siamo qui fuori nel vicolo, ci siamo incastrati col pulmino e non riusciamo neanche ad aprire le portiere per venire lì a piedi.”



Uscii in strada. In effetti la massa voluminosa del pullman della scientifica stava ostruendo completamente l'accesso al vicolo. Da una parte della strada una fila di auto strombazzava la stessa ballata di inizio racconto, evidentemente ne circolava anche una versione in italiano. Dall'altra parte, quella in cui mi trovavo io, una strana donnina di chiare origini africane inveiva contro il veicolo, percuotendolo con un ombrello e strepitando in un idioma incomprensibile, un misto di italiano, genovese, francese e chissà quale altro dialetto dei suoi avi.



Avevo bisogno del tenente Secchèn, doveva svolgere le sue indagini immediatamente, non potevo aspettare la terza puntata del racconto! Feci il giro del palazzo e raggiunsi il muso del pullman, dove alcuni abitanti della zona cercavano di spiegare all'autista come manovrare per liberarsi da quella scomoda posizione. Il risultato era evidente, metà della fiancata del mezzo era stata divelta da un pilastro, l'altra metà correva il rischio di fare la stessa fine contro un terrazzino, da cui una signora allarmata implorava che si fermassero subito, maledizione! L'autista dal canto suo seguiva da dietro il volante i consigli di ognuno, spalancando grossi occhi tondi e modulando un'interminabile litania di bestemmie, che dava l'idea di essere cominciata parecchie manovre prima.



Mostrai il distintivo e mi feci largo fra la folla, fino a riconoscere nell'autista la sagoma familiare dell'agente Luc Montblanc. Appena mi vide abbassò il finestrino e mi gridò: “Inspecteur! Meno male che è arrivato! Allontani questi imbecilli o giuro che tiro fuori la pistola e li ammazzo tutti!”.



Non prendertela coi civili, Luc! Se non ti fossi distratto a guardare il culo di quella ragazza non ci saremmo incastrati in questo pertugio!”, lo rimproverò il tenente Secchèn da dietro.



E' vero! Che gran culo quella! Dovrei essere dietro alle sue mutande invece che qui a farmi strillare dietro da questi morti di fame!”



In quel momento arrivarono anche la barista delle Cappe Rosse e il mio assistente Andrè Ardlà, che cercarono di far allontanare la folla quel tanto che bastava da permettere a Montblanc di liberarsi, ma non c'era niente da fare, per quanto le persone lasciassero spazio il pullman restava impigliato ora al pilastro ora al terrazzino, dal quale la signora di prima aveva rinunciato a implorare ed era passata al contrattacco, tempestando il tetto del mezzo con vasi di begonie.



Eravamo arrivati a uno stallo, Montblanc non riusciva a spostare il pullman, noi non potevamo entrare ad aiutarlo, lui e Secchèn non potevano uscire, la folla inneggiava al linciaggio. Il tetto del mezzo era ormai compromesso e cominciavano a filtrare i primi raggi di luce. Montblanc suggerì di scappare di lì e lasciare il pullman al suo destino, ma Andrè gli fece notare che la signora del terrazzino stava appostata dietro le tende con una batteria di pentole in acciaio, pronta per colpirli appena avessero messo la testa fuori.



In quel momento il retro del pullman esplose in migliaia di frammenti, e dalla nuvola di detriti comparve la negra pazza di prima, che con una tenacia alimentata dall'odio e dalla demenza aveva sfondato la parete, e adesso si guardava intorno stupita essa stessa dal proprio successo.



Fuori! Fuori!”, gridava Montblanc. Lui e Secchèn abbrancarono una valigetta ciascuno e si lanciarono attraverso l'apertura, mentre dall'alto la signora del terrazzino si era scocciata di aspettare, e aveva cominciato a versare olio bollente nei buchi del tetto.



Un minuto più tardi ci trovavamo tutti all'interno del circolo arci Antiche Cappe Rosse, pronti per proseguire la nostra indagine.



Gli incaricati della scientifica aprirono le valigette e sistemarono l'attrezzatura sul pavimento: un paio di boccette con delle polverine, un set di pennellini, altre amenità di cui ignoravo la funzione, ma che sommate al resto potevano stare comodamente in una borsa di medie dimensioni.



- Ma la vostra attrezzatura è tutta qui? - chiesi a Secchèn.

- Si, grossomodo. Sul pullman teniamo anche degli alambicchi, ma non servono a granché. Ce li portiamo dietro più che altro perché sono carini, con tutte quelle spirali.

- E vi serve un pullman intero per portarvi dietro queste quattro cazzate?

- Eh ma dovrebbe vedere le facce che fanno le ragazze quando ci vedono arrivare col nostro pullman tutto bianco! - mi spiegò Montblanc - L'ha vista la scritta sulla fiancata "CSI Paris"? Ci impazziscono!



La barista delle Cappe si intromise nella nostra conversazione, indicando l'impronta rossa sul pavimento.



Qualcuno vorrebbe degnarsi di esaminarla, per piacere?”



Secchèn e il suo assistente si misero all'opera, per non disturbarli ci spostammo nell'altra stanza, ancora invasa dal mobilio. Il Subcomandante Marzia spiegò a me e al mio assistente come aveva intenzione di arredare il locale, ma Andrè pareva disinteressarsi della cosa. Guardava con eccessiva attenzione una scatola sul pavimento piena di bottiglie. Gli diedi una gomitata, invitandolo a essere più discreto, ma la ragazza se ne accorse lo stesso.



Va bene che il locale è ancora in disordine, ma potrebbe smetterla di sbavarmi sul pavimento?”



- Inspecteur! - Secchèn si precipitò nella stanza, emozionatissimo - Abbiamo scoperto! Eureka!

- Di che si tratta, tenente?

-
Di una macchia di pittura rossa!



Non feci in tempo a congratularmi col mio agente, che il Subcomandante Marzia scattò verso di lui e lo afferrò per il camice bianco.



-
Masseiffuooriii?? Certo che è pittura! Cosa credevi che fosse, sangue? Non l'hai vista la latta di colore laggiù in fondo? Ti pare che non ero in grado di scoprirlo da sola?

-
Mi scusi signorina, cerchi di calmarsi - le disse Luc Montblanc, che solitamente esplodeva in atti di violenza al limite del legale, ma quando aveva a che fare con una donna diventava un maestro di savoir-faire - Deve rendersi conto che noi poliziotti della scientifica siamo si dei fighissimi agenti pieni di carisma e attrezzature da film di fantascienza che intuiscono al volo chi abbia commesso un crimine pochi attimi dopo, grazie alla nostra eccezionale perspicacia, ma restiamo pur sempre dei francesi, così sensibili al fascino femminile da non capire più niente quando una bella donna si trova nella nostra stessa stanza, e perciò fallaci e frettolosi nello stesso tempo. Siamo creature fragili, bisognose di attenzioni e cure..

-
E sticazzi! Siete venuti fin da Parigi per dirmi che ho una macchia di pittura sul pavimento, potevate restarvene alla brasserie a mangiarvi una piattata di rane e farmi una telefonata, avremmo risparmiato del tempo, del nervoso e il vicolo sarebbe ancora accessibile!



Capivo perché il suo nome era Subcomandante e non Sub-accomodante, ma non mi andava che strapazzasse così i miei uomini.



- Signorina, capisco che sia alterata, ma se non voleva scoprire la natura della sua macchia, cosa..

- Chiccazzo è stato! Io voglio sapere chi mi ha sporcato di pittura il cazzo di pavimento! Lo sa lei quanto tempo ci vuole a farlo tornare pulito, si o no?

- Ah ecco! - fece Secchèn - Ci mettiamo subito al lavoro


Continua..

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categoria:racconti, i casi dellinspecteur renzè
venerdì, 22 febbraio 2008

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Era una sera come tante altre al comando di polizia, al 56 di Quai d'Orfèvres, e il mio ufficio appariva come sempre, freddo, anonimo, tendente al grigio, impregnato nei muri e nel mobilio da quell'odore di vecchi ricordi e sigarette stantìe. La mia scrivania, accanto alla finestra, era stranamente vuota, non una carta, non una scheda segnaletica, una foto, una penna fuori posto, niente di niente. Solo una presenza nel portacenere rivelava la mia sconfitta nella secolare battaglia per smettere di fumare. Io ero in piedi, a guardare la strada sottostante, le auto incolonnate nell'ora del rientro dagli uffici suonavano la solita ballata del clacson incattivito, gli autisti dai finestrini partecipavano al concerto occupandosi del coro, e con gesti sapienti da direttore d'orchestra dirigevano i fiati, sollevando al cielo i diti medi.


Anch'io fra un'ora sarei stato in mezzo a loro, a condurre la mia auto in quell'armonia di trombe e fiati, come in un assolo di cilindri non perfettamente intonati, che parte dal fondo del bridge e piano piano conquista il suo spazio, occupa il ritornello fino a coprire gli altri strumenti, e guida l'orchestra alla conclusione del pezzo.


 


Ancora un'ora, e finalmente le ferie, una settimana lontano da spacciatori, ladri di polli, puttane e tossici che tutti i giorni mi sfilano davanti in un'interminabile campionario di squallore. Avevo prenotato un piccolo albergo in Costa Azzurra, in un paesino fuori dal circuito dei riccastri che si spostano in yacht anche per andare a comprare le sigarette, e dei turisti a caccia di riccastri da fotografare. Lo avevo trovato durante la mia indagine a quel piccolo locale di Genova, come si chiamava? Le Cappe Rosse..


Ero stato chiamato per indagare su una misteriosa scritta sul muro, avevo mobilitato anche la polizia scientifica, ma proprio sul più bello quella sclerotica della proprietaria del locale mi aveva fermato, dicendo che non c'era più bisogno di indagini, che il locale avrebbe comunque chiuso, e mi aveva liquidato senza troppe spiegazioni.


Non mi è mai piaciuto essere cacciato da un'indagine, così avevo condotto qualche ricerca per conto mio, e avevo trovato alcuni misteriosi legami fra il circolo Antiche Cappe Rosse e un giro di prostitute ucraine. A quel punto il mio capo mi aveva assegnato un altro incarico, e la faccenda del circolo arci di Genova era stata archiviata.


Ci pensò il mio assistente, Andrè Ardlà, a riportarla in cima alle mie priorità, irrompendo nel mio ufficio con la solita espressione marmorea, e inchiodandomi alla finestra con le sue parole dritte e acuminate:


"Inspecteur, non può andare in ferie, la barista delle Cappe Rosse richiede il nostro intervento."


La mascella mi crollò di colpo, ma per evitare che il mio assistente se ne accorgesse accompagnai la caduta, stramazzando sulla poltrona con tutto il peso del mio corpo. Ardlà si limitò a guardarmi con disgusto, sollevando un sopracciglio, come faceva peraltro sempre. Ma ci sarà stato qualcosa che lo faceva sorridere a quello stronzone? Coi colleghi ci divertivamo alle sue spalle, chiamandolo Lurch, come il maggiordomo della famiglia Addams. "Ehi ragazzi, arriva Lurch!", e giù a ridere.


"Cosa vuole questa volta, Andrè?", gli domandai mascherando il sorrisetto che mi era venuto, "Un altro caso spinoso? Stavolta qualcuno le ha pisciato fuori dalla tazza?"


"Pare che stavolta sia una cosa seria, inspecteur. Ha trovato una pedata rossa sul pavimento, potrebbe trattarsi di sangue".


"Cacchio, allora è meglio sbrigarsi! Presto, alla Supercinque!"


Tana nananana nananana nananana nana Renzèèè


La colonna sonora faceva pena, ma i produttori della serie avevano insistito, dicevano che così avremmo catturato i nostalgici delle serie anni '60. Perlomeno non facevo BIFF! SOCK! quando facevo a cazzotti.


In men che non si dica fummo davanti al locale, in Vico Dietro il Coro di San Salvatore, ma era chiuso. Chiamai la titolare per vedere che non si fosse scordata, e fui subito preso a male parole:


"Masseiffuoriii? Non ci sto più lì! Ci siamo trasferiti in Vico Del Dragone! Sotto Via Ravecca!"


Mi era già passata la voglia di indagare in quel cazzo di locale, ma la polizia a Genova non c'era? Dovevano venire sempre a rompere i coglioni a me che stavo a Parigi? Il mio assistente, come se mi leggesse nel pensiero, sentenziò "Se chiamano la polizia di Genova non fa ridere".


Rassegnato, alzai le spalle e mi avviai verso la nuova sede del circolo, luogo del presunto efferato crimine di cui sopra.


La prima cosa che notai fu che il nuovo locale non aveva insegna, solo una serranda mezza abbassata da cui spuntava la scritta mezza cancellata "ingresso riservato ai soci", stampigliata su una portaccia di alluminio troppo somigliante a quella di un cesso per attirare chicchessia. Evidentemente anche quei tre clienti che ancora resistevano rappresentavano un fastidio per la barista.


Se fuori il locale era brutto niente poteva prepararmi a quel che vidi all'interno. Lasciamo stare il disordine, che i lavori di ristrutturazione erano in corso, e non si poteva certo pretendere che fosse pulito, ma i colori! Le pareti della prima stanza erano dipinte di un rosso abbacinante, che conferiva all'ambiente un aspetto da messa nera. La stanza successiva era pitturata di bianco, e la parete in fondo riprendeva il rosso di prima. Come se non bastasse le rifiniture, gli archetti e la finestra erano stati pitturati di nero.


"Mi lasci indovinare, per attirare clienti ha aderito al circolo dei Milan Club?", chiesi sarcastico.


"Casomai a quelli dei circoli anarchici", mi rispose con un ghigno. Dietro di me il mio assistente mi schernì ulteriormente, "Inspecteur, se si riferissero alla squadra di calcio non avrebbero appeso quel poster con la formazione del Genoa, non trova? Il rosso e il nero sono i colori della bandiera anarchica."


"Beh, non siamo qui per parlare di arredamento, no?", tagliai corto, "Mi faccia vedere la macchia e togliamoci dalle palle".


La ragazza dalla buffa pettinatura mi condusse fino al punto in cui qualcuno aveva lasciato una pedata rossa a forma di scarpa da ginnastica reebok. Mi attirai subito un'occhiataccia di Andrè, chiedendo alla barista se sapeva a chi appartenesse, quindi chiamai la scientifica.


Continua.

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categoria:i casi dellinspecteur renzè
venerdì, 27 aprile 2007
Nella Foto - La foto sociale della Gita Cappestre introduce un nuovo atroce mistero

Chi è l'intruso? Come ha fatto ad infilarsi nella nostra comitiva? Come mai nessuno s'è accorto di nulla? Per quanto ci ha seguito? Sarà mica il fantomatico Danish? E' lui che ha scritto "Ridateci Le Cappe" sulla parete del cesso? Cosa vuole da noi costui?

Un nuovo mistero per l'Inspecteur e il suo gruppo di arguti poliziotti.
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mercoledì, 04 aprile 2007
Visto l'incredibile successo della prima puntata dell'indagine dell'inspecteur Renzè, tale che già quattro cinque produttori si sono fatti avanti per acquistarne i diritti cinematografici, e parlo di gente del calibro di Filippo Mangini Torazzo della Film Film, di Eleonora Fischio della Cinefischio, di Bob Spadafora della Swordpierce Muvis, mica scalzacani, mi sono affrettato a scrivere la seconda puntata, che ci porta in mezzo a una serie di interrogativi che se non stai attento ci inciampi dentro e poi chi ci riesce più a rimettere insieme puntini e uncini giusti?

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Pioveva su Parigi quella mattina. Le gocce rigavano come lacrime le finestre del mio ufficio e il mio umore, già abbastanza malinconico, come quello di ogni buon parigino dovrebbe essere.
Non ero proprio in vena di indagini, e fu forse per questo che mi infastidii quando il mio assistente, André Ardlà, entrò nell'ufficio sancendo con voce ferma:

“Inspecteur, Danilo Schiara è innocente.”

Chi era Danilo Schiara? Non conoscevo nessuno con quel nome, né lo volevo conoscere. Se era innocente beh, buon per lui, a me interessava solo illanguidirmi il cuore canticchiandomi vecchi successi di Pupo e ricordando antichi amori perduti fra le pieghe del tempo impietoso.
Magari sarei sceso al bar a farmi un pinot..

“Inspecteur!”, mi incalzava Andrè.

Lo detestavo. Lui e la sua maledetta sicumera!
Cheffrettacceera! Maledetta sicumera!
Era di gran lunga il poliziotto più dotato del dipartimento, un cervello analitico e un'ottima capacità di deduzione lo rendevano un assistente indispensabile. Ma era così spocchioso! Ti guardava dall'alto in basso come se il sottoposto fossi tu, e al minimo errore che facevi sollevava il sopracciglio e si voltava da un'altra parte, e il disprezzo glielo leggevi in faccia, quando ti parlava affettando le parole con la scure, e servendotele come blocchi di piombo nero.

“Inspecteur, Danilo Schiara è innocente”, ripetè con l'espressione seccata.
“Andrè, tu sei mai stato innamorato?”

La mia domanda lo spiazzò.

“Di Danilo Schiara?”
“Non necessariamente. Voglio dire, sei mai stato davvero innamorato nella tua vita?”
“Beh.. Suppongo di si.. Ma non credo sia questo..”
“Hai ragione, Andrè, scusami. È che questa giornata uggiosa
Machesaporeà unagiornatauggioosaa
mi rende malinconico. Ma cosa mi stavi dicendo di Danilo Schiara?”

Il mio assistente sembrava turbato, non si aspettava certe confidenze da un superiore. La professionalità però ebbe il sopravvento.

“Danilo Schiara è innocente, inspecteur. La scritta sul muro non l'ha lasciata lui”.

Il caso della scritta sul muro! Me l'ero scordato! Avevamo arrestato il colpevole e l'avevamo spedito alla Cayenna, al bagno penale. Adesso Andrè mi stava rivelando che era innocente, cosa che tradotta in pratica significa infinite formalità, processi di revisione, senza contare che lo Schiara avrebbe chiesto un risarcimento miliardario. La cosa migliore sarebbe stata insabbiare come al solito.

“Aspetta un momento, siamo proprio sicuri che sia innocente?”
“Si inspecteur. La polizia scientifica ha stabilito l'ora del crimine, e risulta che per allora il sospettato fosse altrove, impegnato a svaligiare un distributore automatico di ciupaciupa. Ci sono molti testimoni che possono garantirlo, primo fra tutti il proprietario del distributore automatico.”
“Mandatemi il responsabile della scientifica”, dissi al centralino.

Pochi minuti più tardi avevo di fronte uno spilungone con una cappa bianca e una lampadina sulla fronte. Gli mancava la mascherina davanti alla bocca per sembrare un chirurgo degli anni '60. Era il tenente Secchèn, responsabile della polizia scientifica. Si stava ocupando lui del caso delle scritte. Mi aggiornò su tutto quello che aveva trovato la sua squadra, con dovizia di particolari.

“L'agente Luc Montblanc ha eseguito una perizia dalla quale è risultato che la scritta risale alla notte fra il 15 e il 16 marzo, benché di anni differenti. Ci sentiamo di garantirlo con un margine di errore di trentasette secondi.”
“Avete trovato altro?”, domandai.
“Sisisi, nel gabinetto sono state rinvenute grandi quantità di peli pubici, attualmente sottoposte ad analisi del dna. Inoltre tracce di cibo mischiato ad acidi gastrici, come se qualcuno avesse vomitato la cena. Risalendo ai singoli ingredienti saremo in grado di stabilire dove aveva cenato il proprietario di tali residui.”
“Bene, mi tenga informato sugli sviluppi."

Secondo il tenente Secchèn non avremmo avuto i risultati prima di un paio di giorni. C'era il tempo di fare qualche domanda in giro.

Il tragitto Parigi - Piazza Sarzano lo percorremmo in un tempo minore rispetto alla prima volta, ma ci volle di più per trovare posteggio. Eravamo arrivati all'ora dell'aperitivo, e il centro storico era sovraffollato.

Il circolo Antiche Cappe Rosse invece era deserto come al solito.

“Ma non sarà che i cocktails che preparate sono cattivi?”, mi venne da chiedere alla titolare, il Subcomandante Marzia.

“Figurarsi, c'è gente che viene apposta a bersi un Filtro Di Piscina, o una Caipiroska alla mela verde!”
“Esiste davvero una bevanda che si chiama Filtro Di Piscina? Non l'ho mai sentita nominare!”
“L'abbiamo inventata noi, ogni tanto sperimentiamo qualcosa di nuovo e lo testiamo su Claudio, un nostro socio. Venerdì sera ad esempio abbiamo creato lo Shot Della Vittoria.”
“Sarebbe?”
“Un bicchierino di liquore rosso e blu da tracannare di un fiato, per celebrare le vittorie del Genoa”.
“Ah. E quando perde?”
“Ci facciamo un giro di amaro”.

Un'idea mi si stava insinuando in testa.

“Non avete paura che qualcuno vi freghi la ricetta dei vostri beveroni?”, le chiesi.

Il Subcomandante Marzia si fece scura in volto. Avevo visto giusto.

“In effetti qualcosa ci è stato rubato, ma non ho sporto denuncia perché si trattava della ricetta di un nuovo cocktail, segretissimo”
“Come si chiamava?”
“Cuba libre”
“Ma il cuba libre lo conoscono tutti! Che razza di segreto è?”
“Non giri il coltello nella piaga! Era una nostra ricetta, ce l'hanno fregata e adesso è di dominio pubblico! Maledetti! Ma noi non ci arrendiamo! Il cuba lo facciamo diverso da tutti, ci mettiamo l'ingrediente segreto!”

Mi tornò in mente una vecchia puntata dei Simpson, dove Homer parla dell'ingrediente segreto della birra Duff, e si vedono due tecnici nella fabbrica che fanno nuotare alcuni cani nel serbatoio della bevanda. Rabbrividendo le chiesi di dirmi di più.

“Non si aspetterà che glielo racconti, vero?”

La nostra conversazione fu interrotta dal mio assistente Ardlà, che scoppiò all'improvviso in un pianto disperato. Forse aveva visto anche lui quella puntata dei Simpson?

“Andrè, che succede?”
“Ha ragione lei inspecteur! Io non sono mai stato davvero innamorato! Bwahahahaaa! Io ho sempre cercato il sesso mercenario, senza mai andare oltre la superficie che ogni donna mi mostrava! Non ho mai assaporato il raro piacere della confidenza! Le ho avute tutte senza possederne mai nessuna!”

La mia giornata era cominciata su una nota di malinconia, ma non mi sarei mai aspettato di finirla in compagnia di Jacques Brel!

Il Subcomandante Marzia approfittò dell'interruzione per sgattaiolare in cucina. Era chiaro che la nostra conversazione terminava lì. Recuperai il mio assistente e tornammo in centrale.

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categoria:racconti, i casi dellinspecteur renzè
lunedì, 19 marzo 2007
Quella scritta sul muro ci aveva lasciati amareggiati, ma come, uno si sbatte, organizza, prepara, monta e smonta, e poi si trova uno scarabocchio anonimo sul muro del cesso che gli dimostra come tutti i suoi sforzi siano stati vani? Ma perché?
Poi per carità, ognuno ha i suoi gusti e la sua sensibilità, e certe cose che piacciono a me non devono per forza piacere a un altro, però diciamo che vedersi disconoscere così il propio lavoro aveva scatenato reazioni non proprio allegre.

Il Subcomandante, per esempio, non l'aveva presa benissimo. Subito ha borbottato "Oh beh, non si può piacere a tutti", e finita lì, ma già il giorno dopo l'ho trovata in cucina con la testa nel forno che gridava "Bastardi! La faccio finita!". Meno male che il forno era spento, l'ho ricondotta alla ragione e ho comprato un microonde, che con lo sportello aperto non funziona e non ci si può ammazzare dentro.

Ma si vedeva che la faccenda della scritta le rodeva ancora, così mi sono deciso a trovare una soluzione..

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Era una giornata piovosa di un inverno parigino quando piove e fa freddo, sopratutto al 36 di Quai Des Orfèvres, sede della polizia cittadina, e come ogni giornata piovosa me ne stavo in ufficio davanti alla stufetta elettrica a giocare a rubamazzo col mio assistente, l'agente Andrè Ardlà, quando suonò il telefono. Era il centralino, una chiamata per me dall'Italia.
Me la feci passare, e mi trovai ad ascoltare i singhiozzi di una ragazza, sconvolta da ciò che aveva appena trovato nel bagno del suo locale.

- Un cadavere? - feci io.
- Noo! - mi rispose.
- Allora un assassino? - chiesi.
- Macchèe - replicò lei.
- Una cacca? - azzardai.
- Nooo! Una scritta!

Una scritta? La cosa era interessante, qualcuno aveva ucciso una scritta nel bagno di un locale, neanche Simenon aveva mai immaginato niente del genere. La spiegazione della ragazza mi riportò coi piedi per terra.

- Qualcuno ha scritto sul muro del mio bagno "Ridateci le Cappe", voglio scoprire chi è stato!
- Stia lì, arriviamo subito.

Presi la palandrana e il mio assistente raccolse gli strumenti da indagine, saltammo sulla nostra Renault Supercinque e ci precipitammo a Genova, dove la nostra nuova cliente aveva il locale.
Non ci volle molto, giusto tre righe, e a metà della terza eravamo al cospetto della vittima.
Si chiamava Subcomandante Marzia, era il leader di un gruppo anarco insurrezionalista che soleva riunirsi in quel locale, le Cappe Rosse.
Non c'era nessuno, ma non sembrava poterci stare molta clientela, date le dimensioni valutai che con una decina di clienti dovesse sembrare già pieno. Le chiesi se riusciva a pagarsi le spese, con così poco giro.

- No, sono obbligata a trafficare in organi al mercato nero, e una volta al mese importo oppio dall'Afghanistan sotto la copertura di una organizzazione non governativa che opera per la pace.
- Mi sembra giusto. Posso vedere la scritta ora?

Il Subcomandante Marzia mi accompagnò in bagno, mentre il mio assistente Andrè esaminava il bancone in cerca di indizi.
Sul muro c'era una scritta che diceva "Ridateci Le Cappe", che pareva redatta da una mano molto tremolante. Evidentemente l'autore doveva avere poca dimestichezza con le penne, oppure era ubriaco, niente di più facile, trovandosi in un bar.

- Ricorda di qualche cliente ubriaco, di recente?
- Farei prima a elencare quelli sobri - fece lei con un sospiro.
- Faccia uno sforzo. C'è stato qualche beone che ha usato il suo bagno in questi giorni?
- Beh, c'è stato Tirsotto, il nostro ciucco abituale, ma lui non lo usa il bagno, quando perde il controllo se la fa direttamente nei pantaloni. Poi la compagnia dei giochi..
- Che giochi?
- E' un gruppo di ragazzi che vengono di mercoledì, passano la serata a giocare a carte, o a scarabeo.
- Si ubriacano?
- Qualche volta, soprattutto quello piccoletto, lo chiamano lo Sbirro perché è molto autoritario, e poi gira con la pistola.
- E che ci fa con una pistola in un locale come questo?
- Gliel'ho detto, si riuniscono per giocare, ogni tanto si fanno una roulette russa, e lo Sbirro procura la pistola. Mercoledì per esempio si è sparato Enrico, ma non è andato in bagno, è stramazzato direttamente sul tavolo.

I suoi discorsi mi stavano portando su una pista sbagliata, la soluzione doveva per forza essere un'altra. Tornai al banco a chiedere al mio assistente se aveva trovato qualcosa, e lo trovai riverso sul pavimento.

- Andrè, che succede?
- Inspecteur, ho trovato un indizio!
- Di che si tratta?
- Succo di mela verde, ci si fanno delle caipiroske buonissime! Guardi, ne ho già provate sette!
- Dannazione, di questo passo non scopriremo mai a chi appartiene la scritta in bagno!

Il Subcomandante mi mostrò dei moduli di iscrizione all'arci. Erano quelli che i clienti compilavano per potersi tesserare. Forse dalla calligrafia saremmo potuti risalire al colpevole..

- Idea geniale! - esclamai, strappandole di mano i moduli e correndo a chiudermi in bagno.
- Inspecteur, di solito si usano letture diverse! - mi gridò dietro il mio assistente.

Spulciando i moduli con le differenti calligrafie non ci misi molto a trovare quella giusta, corrispondeva a un tale Danilo Schiara, un furfante ben noto alla polizia locale, già finito dentro per piccoli crimini, scippi, parcheggi in sosta vietata, genocidi.

Allertai immediatamente la Questura, ma non prima di avere tranquillizzato la padrona del locale.

- Non si preoccupi signorina, la scritta è stata solo lo scherzo di un malintenzionato, non riflette il pensiero dei suoi clienti.
- Allora vuol dire che posso continuare a mantenere questa linea, coi giochi il mercoledì sera e i panini col formaggio scaduto?
- Si, però metta qualcun altro dietro il banco, che Andrè le sta finendo le scorte di vodka.

Il caso era chiuso.


indagine

 
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