
Di solito nei racconti il tempo scorre più veloce che nella realtà, per questo mi aspettavo di vedere sopraggiungere il tenente Secchèn e la sua squadra in un tempo piuttosto breve, così ingannai l'attesa andando a capo.
All'inizio della riga seguente il tenente Secchèn non era ancora arrivato. Andai a capo un'altra volta.
Niente neanche stavolta. Evidentemente era successo qualcosa che l'aveva rallentato, Secchèn era un poliziotto diligente, che faceva sempre il suo dovere senza lamentarsi, e se diceva che sarebbe arrivato in men che non si dica c'era da aspettarsi che rispettasse i tempi, e non si facesse attendere per due acapi di fila. Lo chiamai al cellulare.
“Mi scusi inspecteur, siamo qui fuori nel vicolo, ci siamo incastrati col pulmino e non riusciamo neanche ad aprire le portiere per venire lì a piedi.”
Uscii in strada. In effetti la massa voluminosa del pullman della scientifica stava ostruendo completamente l'accesso al vicolo. Da una parte della strada una fila di auto strombazzava la stessa ballata di inizio racconto, evidentemente ne circolava anche una versione in italiano. Dall'altra parte, quella in cui mi trovavo io, una strana donnina di chiare origini africane inveiva contro il veicolo, percuotendolo con un ombrello e strepitando in un idioma incomprensibile, un misto di italiano, genovese, francese e chissà quale altro dialetto dei suoi avi.
Avevo bisogno del tenente Secchèn, doveva svolgere le sue indagini immediatamente, non potevo aspettare la terza puntata del racconto! Feci il giro del palazzo e raggiunsi il muso del pullman, dove alcuni abitanti della zona cercavano di spiegare all'autista come manovrare per liberarsi da quella scomoda posizione. Il risultato era evidente, metà della fiancata del mezzo era stata divelta da un pilastro, l'altra metà correva il rischio di fare la stessa fine contro un terrazzino, da cui una signora allarmata implorava che si fermassero subito, maledizione! L'autista dal canto suo seguiva da dietro il volante i consigli di ognuno, spalancando grossi occhi tondi e modulando un'interminabile litania di bestemmie, che dava l'idea di essere cominciata parecchie manovre prima.
Mostrai il distintivo e mi feci largo fra la folla, fino a riconoscere nell'autista la sagoma familiare dell'agente Luc Montblanc. Appena mi vide abbassò il finestrino e mi gridò: “Inspecteur! Meno male che è arrivato! Allontani questi imbecilli o giuro che tiro fuori la pistola e li ammazzo tutti!”.
“Non prendertela coi civili, Luc! Se non ti fossi distratto a guardare il culo di quella ragazza non ci saremmo incastrati in questo pertugio!”, lo rimproverò il tenente Secchèn da dietro.
“E' vero! Che gran culo quella! Dovrei essere dietro alle sue mutande invece che qui a farmi strillare dietro da questi morti di fame!”
In quel momento arrivarono anche la barista delle Cappe Rosse e il mio assistente Andrè Ardlà, che cercarono di far allontanare la folla quel tanto che bastava da permettere a Montblanc di liberarsi, ma non c'era niente da fare, per quanto le persone lasciassero spazio il pullman restava impigliato ora al pilastro ora al terrazzino, dal quale la signora di prima aveva rinunciato a implorare ed era passata al contrattacco, tempestando il tetto del mezzo con vasi di begonie.
Eravamo arrivati a uno stallo, Montblanc non riusciva a spostare il pullman, noi non potevamo entrare ad aiutarlo, lui e Secchèn non potevano uscire, la folla inneggiava al linciaggio. Il tetto del mezzo era ormai compromesso e cominciavano a filtrare i primi raggi di luce. Montblanc suggerì di scappare di lì e lasciare il pullman al suo destino, ma Andrè gli fece notare che la signora del terrazzino stava appostata dietro le tende con una batteria di pentole in acciaio, pronta per colpirli appena avessero messo la testa fuori.
In quel momento il retro del pullman esplose in migliaia di frammenti, e dalla nuvola di detriti comparve la negra pazza di prima, che con una tenacia alimentata dall'odio e dalla demenza aveva sfondato la parete, e adesso si guardava intorno stupita essa stessa dal proprio successo.
“Fuori! Fuori!”, gridava Montblanc. Lui e Secchèn abbrancarono una valigetta ciascuno e si lanciarono attraverso l'apertura, mentre dall'alto la signora del terrazzino si era scocciata di aspettare, e aveva cominciato a versare olio bollente nei buchi del tetto.
Un minuto più tardi ci trovavamo tutti all'interno del circolo arci Antiche Cappe Rosse, pronti per proseguire la nostra indagine.
Gli incaricati della scientifica aprirono le valigette e sistemarono l'attrezzatura sul pavimento: un paio di boccette con delle polverine, un set di pennellini, altre amenità di cui ignoravo la funzione, ma che sommate al resto potevano stare comodamente in una borsa di medie dimensioni.
- Ma la vostra attrezzatura è tutta qui? - chiesi a Secchèn.
- Si, grossomodo. Sul pullman teniamo anche degli alambicchi, ma non servono a granché. Ce li portiamo dietro più che altro perché sono carini, con tutte quelle spirali.
- E vi serve un pullman intero per portarvi dietro queste quattro cazzate?
- Eh ma dovrebbe vedere le facce che fanno le ragazze quando ci vedono arrivare col nostro pullman tutto bianco! - mi spiegò Montblanc - L'ha vista la scritta sulla fiancata "CSI Paris"? Ci impazziscono!
La barista delle Cappe si intromise nella nostra conversazione, indicando l'impronta rossa sul pavimento.
“Qualcuno vorrebbe degnarsi di esaminarla, per piacere?”
Secchèn e il suo assistente si misero all'opera, per non disturbarli ci spostammo nell'altra stanza, ancora invasa dal mobilio. Il Subcomandante Marzia spiegò a me e al mio assistente come aveva intenzione di arredare il locale, ma Andrè pareva disinteressarsi della cosa. Guardava con eccessiva attenzione una scatola sul pavimento piena di bottiglie. Gli diedi una gomitata, invitandolo a essere più discreto, ma la ragazza se ne accorse lo stesso.
“Va bene che il locale è ancora in disordine, ma potrebbe smetterla di sbavarmi sul pavimento?”
- Inspecteur! - Secchèn si precipitò nella stanza, emozionatissimo - Abbiamo scoperto! Eureka!
- Di che si tratta, tenente?
- Di una macchia di pittura rossa!
Non feci in tempo a congratularmi col mio agente, che il Subcomandante Marzia scattò verso di lui e lo afferrò per il camice bianco.
- Masseiffuooriii?? Certo che è pittura! Cosa credevi che fosse, sangue? Non l'hai vista la latta di colore laggiù in fondo? Ti pare che non ero in grado di scoprirlo da sola?
- Mi scusi signorina, cerchi di calmarsi - le disse Luc Montblanc, che solitamente esplodeva in atti di violenza al limite del legale, ma quando aveva a che fare con una donna diventava un maestro di savoir-faire - Deve rendersi conto che noi poliziotti della scientifica siamo si dei fighissimi agenti pieni di carisma e attrezzature da film di fantascienza che intuiscono al volo chi abbia commesso un crimine pochi attimi dopo, grazie alla nostra eccezionale perspicacia, ma restiamo pur sempre dei francesi, così sensibili al fascino femminile da non capire più niente quando una bella donna si trova nella nostra stessa stanza, e perciò fallaci e frettolosi nello stesso tempo. Siamo creature fragili, bisognose di attenzioni e cure..
- E sticazzi! Siete venuti fin da Parigi per dirmi che ho una macchia di pittura sul pavimento, potevate restarvene alla brasserie a mangiarvi una piattata di rane e farmi una telefonata, avremmo risparmiato del tempo, del nervoso e il vicolo sarebbe ancora accessibile!
Capivo perché il suo nome era Subcomandante e non Sub-accomodante, ma non mi andava che strapazzasse così i miei uomini.
- Signorina, capisco che sia alterata, ma se non voleva scoprire la natura della sua macchia, cosa..
- Chiccazzo è stato! Io voglio sapere chi mi ha sporcato di pittura il cazzo di pavimento! Lo sa lei quanto tempo ci vuole a farlo tornare pulito, si o no?
- Ah ecco! - fece Secchèn - Ci mettiamo subito al lavoro
Continua..
categoria:racconti, i casi dellinspecteur renzè









Una sera, di qualche tempo fa, sono stato al circolo ARCI le Antiche Cappe Rosse. Mi aveva incuriosito il fatto che fosse in prima posizione in una classifica, di locali genovesi, consultata sul sito